Ragazza in città


La città a quest’ora tarda assume un aspetto del tutto insolito: le ombre che si allungano sono l’equivalente delle nostre stanche occhiaie; il traffico intermittente con i suoi colori rossi e gialli sgargianti concede gli ultimi colpi di  quella caotica vivacità giornaliera; mi specchio nel vetro dell’autobus: mi rimanda una me stanca, scompigliata che si riflette sulle luci di questa città altrettanto stanca e scompigliata; ne risulto immersa seppur distante. Ed è un po’ così: io questa città me la porto dentro anche quando mi allontano, i sanpietrini  nella stanchezza delle gambe; lo smog nelle impercettibili pieghe del viso; il frastuono nelle orecchie e una miriade di dettagli negli occhi; mentre lei porta il peso e il segno del passaggio di tutti noi. 
In serate come questa diventa difficile specchiarsi in uno spicchio di luna appannato d’umidità ma a noi due basta anche quel poco, non siamo vanitose io e la città, solo inguaribili sognatrici per questa volta… E per molte altre ancora. 

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Ridere in faccia alla stanchezza.


Ultimamente le miei giornate iniziano presto. Mi ritrovo al di qua della linea gialla, lungo la banchina della stazione, in attesa di un treno che arriverà prima che i raggi assonnati del sole riescano effettivamente a prendere posizione nel cielo e a scaldare l’aria, proprio come ci si aspetta in un maggio ormai ben avviato. Con gli occhi vispi di chi si è già bevuta quattro caffè in tazza grande e sente la caffeina restituirgli vita, me ne sto in piedi immersa nel mio mondo, avvolta dall’odore dei dopobarba dei pendolari che si accalcano attorno a me, profumi di creme e lozioni che si mischiano tra loro e che nell’arco della giornata si affievoliranno perdendosi nella scia di svariati percorsi di cui non so assolutamente nulla. Il silenzio della mattina è carico di aspettative, del tutto diverso da quello che si sente nel treno di ritorno, quando ormai la giornata volge al termine e la stanchezza offusca gli occhi di tutti noi. Io per prima sono tra quelle che sente il peso delle ore su di sé come se portasse un macigno; la sera, al rientro, sono seduta scomposta, con gli occhi semichiusi, stanchi. Mi sembra quasi di sentire il peso delle occhiaie che fanno capolino sul mio viso. Sono sicuramente scompigliata, con una matita fra i capelli o magari con una treccia spettinata, tenuta su senza mollette o elastici(che avrò perso chissà dove). Quando sto in giro per 12 ore sento di aver assorbito la città, il suo smog, la sua confusione. E’ come se io venissi fagocitata da lei ma allo stesso tempo un pezzetto di lei se ne venisse via con me. Le ore spese a studiare, a parlare continuamente, ad ascoltare professori e amici, le corse verso le fermate dei bus o le aule più disparate… Arrivata alla fine della giornata nella mia testa c’è il caos di colori,voci, suoni, rumori. Come se tutto ciò che ho vissuto mi si riproponesse nella testa senza filtri. Non è spiacevole come sembra ma nemmeno poi così divertente. Comunque il mio livello di stanchezza non si studia da questi piccoli dettagli o cambiamenti del mio aspetto. No. Si capisce che sono stanca da quanto rido. Eh si, perché io più sono assonnata o mentalmente provata e più dico stupidaggini e rido rumorosamente. Fino a piangere e ritrovarmi con il mascara che cede sulle guance e il respiro che manca. Ed è una risata contagiosa che coinvolge inevitabilmente chi mi circonda. Di stronzate ne tiro fuori veramente di vergognose ma le dico con una tale convinzione e leggerezza che gli altri non possono che venirmi appresso. Ecco, quando sono stanca perdo i freni inibitori, dico le cose più assurde che la testa mi suggerisce e trovo divertenti le situazioni più strambe. E continuo a ridere ripensando a determinate battute o figuracce fatte, entrando così in un circolo vizioso senza fine, portando con me chiunque si trovi a condividere la serata. Nemmeno la doccia calda riesce a restituirmi lucidità. Perdermi nel vapore serve solo a distendere i muscoli, levarmi di dosso il carico degli eventi; sì, mi rilassa crogiolarmi avvolta nell’asciugamano mentre assorbe pian piano le piccole gocce d’acqua depositate sulla pelle nuovamente morbida e profumata ma per riacquistare veramente equilibrio mi serve un cuscino bello alto, il letto e qualche ora di sonno profondo. Non c’è altro rimedio che ponga fine al delirio 🙂

Voi cosa fate quando siete stanchi? Come reagite allo stress delle giornate più impegnative?

 

Come sarei ora?


Raramente nella vita ho intrapreso una strada facile a discapito della difficile. Niente scorciatoie. Non che sia un eroina o una masochista ma solo Perché sembra che ciò che mi interessa,quello che mi piace, debba necessariamente trovarsi a fine di una strada tortuosa e tutta rigorosamente in salita. E sei lì a rimboccarti le maniche ed affrontare anche l’ennesima sfacchinata. Non c’è altra soluzione (se non è che si decide di rinunciare,ovvio) 

È faticoso,sì, ed a tratti destabilizzante, un po’ innervosisce e allo stesso tempo ti annienta psicologicamente. Tutte quelle peripezie,quei no,ritenta! ; un labirinto da cui sembra non riuscire a trovare l’uscita senza sbattere prima il muso su qualche parete chiusa. Il filo di Arianna non era previsto nemmeno sta volta. 

Ed ogni volta che devi prendere una decisione sei in bilico e ti chiedi se anche sta volta ti toccherà armarti e partire…

Non ha senso lamentarsi. Né mi pento delle mie scelte. Tutto questo non mi ha mai fatto dimenticare l’obbiettivo,il perché mi fossi imbarcata in una tale situazione… In fondo ci ho sempre pensato molto prima di una scelta, sono una indecisa che soppesa fin troppo le situazioni.

Però mi chiedo come sarebbe andata se invece avessi preso una strada più semplice? Come sarei ora? Solo Meno stanca,meno nervosa, meno preoccupata? 

O sarei meno me stessa? 

Non è dato saperlo. Forse va anche bene così. 

Sarà la Primavera


Oggi pensavo che è buffo come in questo periodo qualunque spossatezza,stanchezza,forma di allergia o stranezza che ci riguardi venga archiviata con un “È normale,è solo la primavera! Appena ti abituerai andrà meglio”
Insomma, è come se la Primavera (stagione di cui parliamo come se fosse umana) prendesse le nostre forze,la nostra vitalità,la ragionevolezza e la trasformasse in rondini che volano come matte su cieli tersi, profumi appena accennati,germogli che abbelliscono rami spogli,fiori che colorano i prati e soprattutto per dare coraggio al sole che da timido si fa pian piano più caldo e deciso.
Forse è così eh. Io intanto me ne vado in giro un po’ stralunata,con occhi che non mettono del tutto a fuoco,con le occhiaie e la fiacchezza che starebbero bene su una che non dorme da anni. E sto qui a lamentarmi di come il tempo mi sfugga di mano perché non ne ho abbastanza per fare tutto e allo stesso tempo mi rimprovero perchè invece sono io a sprecarne troppo,non che abbia tempo per bivaccare in realtà però vorrei essere più veloce,nei gesti,nei pensieri. Quindi Ennesimo controsenso nella mia mente.
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Che dire? Sarà la Primavera… Spero solo che faccia un buon uso della mia vitalità e me la restituisca al più presto! Perché, cara Primavera, quello che hai preso si chiama Pietro e torna in dietro,eh!! Non te lo dimenticare. Non costringermi a bisticciare e farti il pollice verso.

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Coincidenze…


Oggi ero sul treno,assorta nella lettura. Coccolata dal calore del vagone e il rumoroso silenzio delle 5 del pomeriggio che solo un treno pieno di gente stanca sa offrire.

Arrivo al capoverso e guardo fuori dal finestrino ogni volta che sento il treno rallentare. Da quella volta che talmente presa dalla lettura rischiai di perdere la fermata mi sono imposta di rimanere un minimo connessa con la realtà,almeno quando sono sola.

Ci metto un po’ a mettere a fuoco il nome della stazione,fuori inizia a far buio e il finestrino mi mostra solo il vago riflesso di una me scompigliata e confusa;  mancano ancora 15 minuti prima della mia fermata, ho tempo di finire almeno il capitolo.

Stavo per ricominciare a leggere quando alzo lo sguardo e noto una signora due posti più avanti a me che nello stesso identico istante fa la stessa cosa: anche lei stava leggendo. Ci osserviamo distrattamente, ciò che coglie la mia attenzione è il suo libro: copertina nera,come il mio. Mi basta un’occhiata al colore in cui è scritto il titolo per rendermene conto. Stiamo leggendo la stessa storia.

Chissà se siamo arrivate allo stesso punto. Sembra che come me abbia letto un centinaio di pagine.

Il treno ci scuote e riprende la sua corsa. Le teste tornano a chinarsi, lo sguardo si abbassa. Ognuna torna alla sua lettura: La ragazza del treno ha ancora un po’ di tempo per farci compagnia.

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A metà settimana


La stanchezza me la scrollo via di dosso nel momento in cui entrando in casa, zompettando in equilibrio su una gamba e poi sull’altra, mi sfilo le mie amate scarpe. Aaah. La libertà. Niente di più appagante di questo rituale saltellante. Che poi siamo solo a metà settimana, è fin troppo presto per parlare di stanchezza! È che questi sono giorni un po’ intensi. Ho esordito lunedì con “bene così, in fin dei conti è la rabbia che ci tiene in vita”: vi lascio immaginare con che animo mi aggiro tra le folle. Per fortuna me ne sto spesso e volentieri con il naso nel libro… Sto leggendo un libro che adoro, mi ha assorbita a pieno. Mi ritrovo a leggere addirittura mentre passeggio. Assurdo. Era un po’ che non mi succedeva. Anche se è risaputo che preferisco perdermi in parole stampate piuttosto che nelle persone,almeno ultimamente. Quando bisticcio col mondo è così: come i bambini mostro solo il broncio, ma concedendomi del tempo poi passa.

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