A zonzo nella Nuvola


Mi dicono sempre che sono una tipa che sta con la testa tra le nuvole, una che si è persa nel suo mondo senza farne ritorno se non a intermittenza. Così oggi ne ho approfittato e nella Nuvola c’ho camminato! Sì, sì avete letto bene.

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Sono stata alla Fiera della piccola e media editoria, Più libri più liberi, che come ogni anno si terrà a Roma zona Eur per ben 5 giorni questo dicembre. Ma la vera novità è la nuova sede in cui si svolge l’evento: quest’anno siamo stati accolti nel Roma Convention Center, ovvero la tanto discussa struttura che ospita la famosa Nuvola di Fusksas.

Vi dirò, a colpo d’occhio sembra ‘na ciofeca ma in realtà ha il suo perché. L’edificio è costituito da pareti vetrate, altissime che danno l’idea di esser un tutt’ uno col cielo ed al piano superiore campeggia questa immensa struttura luminosa e ondeggiante che ricorda un po’ una nuvola.

All’interno della struttura c’è un’ampia sala congressi ma si districa in altri grandi spazi sottostanti per cui ti ritrovi a camminare immerso in questa nuvola di ferro senza per forza entrarci veramente. Molto scenica, molto buffa. Una strana bellezza.

Nel complesso la fiera del libro è stata come ogni anno un girovagare interessante; ho acquistato un solo volumetto contenente le lettere che Virginia Woolf scrisse alle amiche. È uno dei pacchetti de’ L’orma Editore e non ho resistito ad un’edizione così curata nel dettaglio seppur piccina. Insomma, ho portato con me giusto un ricordino della giornata.

La mia passeggiata tra le nuvole è stata sorprendente: ho passato mezza giornata sospesa tra il cielo terso di Roma e una miriade di libri colorati.

Una piacevole parentesi in queste giornate irrequiete.

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Ragazza in città


La città a quest’ora tarda assume un aspetto del tutto insolito: le ombre che si allungano sono l’equivalente delle nostre stanche occhiaie; il traffico intermittente con i suoi colori rossi e gialli sgargianti concede gli ultimi colpi di  quella caotica vivacità giornaliera; mi specchio nel vetro dell’autobus: mi rimanda una me stanca, scompigliata che si riflette sulle luci di questa città altrettanto stanca e scompigliata; ne risulto immersa seppur distante. Ed è un po’ così: io questa città me la porto dentro anche quando mi allontano, i sanpietrini  nella stanchezza delle gambe; lo smog nelle impercettibili pieghe del viso; il frastuono nelle orecchie e una miriade di dettagli negli occhi; mentre lei porta il peso e il segno del passaggio di tutti noi. 
In serate come questa diventa difficile specchiarsi in uno spicchio di luna appannato d’umidità ma a noi due basta anche quel poco, non siamo vanitose io e la città, solo inguaribili sognatrici per questa volta… E per molte altre ancora. 

Ridere in faccia alla stanchezza.


Ultimamente le miei giornate iniziano presto. Mi ritrovo al di qua della linea gialla, lungo la banchina della stazione, in attesa di un treno che arriverà prima che i raggi assonnati del sole riescano effettivamente a prendere posizione nel cielo e a scaldare l’aria, proprio come ci si aspetta in un maggio ormai ben avviato. Con gli occhi vispi di chi si è già bevuta quattro caffè in tazza grande e sente la caffeina restituirgli vita, me ne sto in piedi immersa nel mio mondo, avvolta dall’odore dei dopobarba dei pendolari che si accalcano attorno a me, profumi di creme e lozioni che si mischiano tra loro e che nell’arco della giornata si affievoliranno perdendosi nella scia di svariati percorsi di cui non so assolutamente nulla. Il silenzio della mattina è carico di aspettative, del tutto diverso da quello che si sente nel treno di ritorno, quando ormai la giornata volge al termine e la stanchezza offusca gli occhi di tutti noi. Io per prima sono tra quelle che sente il peso delle ore su di sé come se portasse un macigno; la sera, al rientro, sono seduta scomposta, con gli occhi semichiusi, stanchi. Mi sembra quasi di sentire il peso delle occhiaie che fanno capolino sul mio viso. Sono sicuramente scompigliata, con una matita fra i capelli o magari con una treccia spettinata, tenuta su senza mollette o elastici(che avrò perso chissà dove). Quando sto in giro per 12 ore sento di aver assorbito la città, il suo smog, la sua confusione. E’ come se io venissi fagocitata da lei ma allo stesso tempo un pezzetto di lei se ne venisse via con me. Le ore spese a studiare, a parlare continuamente, ad ascoltare professori e amici, le corse verso le fermate dei bus o le aule più disparate… Arrivata alla fine della giornata nella mia testa c’è il caos di colori,voci, suoni, rumori. Come se tutto ciò che ho vissuto mi si riproponesse nella testa senza filtri. Non è spiacevole come sembra ma nemmeno poi così divertente. Comunque il mio livello di stanchezza non si studia da questi piccoli dettagli o cambiamenti del mio aspetto. No. Si capisce che sono stanca da quanto rido. Eh si, perché io più sono assonnata o mentalmente provata e più dico stupidaggini e rido rumorosamente. Fino a piangere e ritrovarmi con il mascara che cede sulle guance e il respiro che manca. Ed è una risata contagiosa che coinvolge inevitabilmente chi mi circonda. Di stronzate ne tiro fuori veramente di vergognose ma le dico con una tale convinzione e leggerezza che gli altri non possono che venirmi appresso. Ecco, quando sono stanca perdo i freni inibitori, dico le cose più assurde che la testa mi suggerisce e trovo divertenti le situazioni più strambe. E continuo a ridere ripensando a determinate battute o figuracce fatte, entrando così in un circolo vizioso senza fine, portando con me chiunque si trovi a condividere la serata. Nemmeno la doccia calda riesce a restituirmi lucidità. Perdermi nel vapore serve solo a distendere i muscoli, levarmi di dosso il carico degli eventi; sì, mi rilassa crogiolarmi avvolta nell’asciugamano mentre assorbe pian piano le piccole gocce d’acqua depositate sulla pelle nuovamente morbida e profumata ma per riacquistare veramente equilibrio mi serve un cuscino bello alto, il letto e qualche ora di sonno profondo. Non c’è altro rimedio che ponga fine al delirio 🙂

Voi cosa fate quando siete stanchi? Come reagite allo stress delle giornate più impegnative?

 

Girovagando


Quante volte mi son arrampicata lungo via Del Circo Massimo nelle calde giornate primaverili? Camminando a passo lento tra i famosi e rassicuranti pini di Roma so perfettamente in quale punto della strada il profumo delle rose mi raggiungerà, delicato e forte allo stesso tempo; impregna l’aria, sembra quasi entrarti dentro, avvolgerti, sebbene Il cancello d’entrata del Roseto Comunale sia ancora lontano. Adoro questo posto, ci vengo sempre volentieri. La vista dal punto alto del Roseto è bellissima, io non mi intendo di fiori non ho il pollice verde ma so riconoscere la bellezza quando la vedo e questo posto ne è pieno; mi piace venirci per stare ore sotto il pergolato chiacchierando animatamente con le amiche o solo per stare silenziosamente ferma a pensare ai fatti miei con lo sguardo che vaga tra il colorato giardino, il cielo azzurro che si intravede oltre la chioma degli alberi, l’Altare della Patria che emerge in lontananza in tutta la sua magnificenza, il caos della città che si percepisce ma sembra non raggiungermi lassù. C’è sempre un via vai di gente non indifferente, osservatori attenti, coppiette , fotografi dilettanti, bambini e genitori, turisti sparpagliati qua e là…

 

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Non son brava con le foto ma questa ve la beccate lo stesso! 😛

Ieri ero di nuovo lì, a raccontare alla mia amica le avventure delle mie ultime settimane, gli incontri strambi che faccio, le gaffes immancabili, i disastri che combino. Mi son beccata qualche rimprovero (tipico con lei!!) abbiamo riso molto e ho sicuramente allietato il pomeriggio delle coppie che si son alternate accanto a noi sulla panchina ombreggiata: ad un certo punto ridevano di gusto, senza nemmeno far più finta di non origliare. Ma va bene, in fondo lo so che la mia vita è una barzelletta, il disagio va condiviso e ironicamente affrontato!

Dopo due ore di chiacchiere siam andate in centro per una capatina alla Feltrinelli, adoro girovagare fra gli scaffali anche quando so già cosa voglio comprare. Ogni copertina accarezzata con lo sguardo mi ricorda un autore conosciuto, una storia amata, qualcosa che voglio leggere. Un fiume di parole stampate che faceva il paio con il fiume di parole che pronunciavo io. Chiacchiero un sacco, non so se si era capito!

Me ne son tornata a casa soddisfatta, con il polline soffice e bianco incastrato tra i capelli, con stretto tra le dita un sacchetto dal peso confortante dei nuovi libri che mi stavo portando a casa,il profumo delle rose in fiore ancora nel naso e  il cuore leggero di chi ha passato un bel pomeriggio senza andar nemmeno troppo lontano.

Ah, per colpa mia abbiamo perso il treno – ovviamente- ma dopo tanti giorni di pioggia e nuvoloni neri chi si era accorto che alle sette di sera ci fosse ancora così tanta luce da sembrare primo pomeriggio? Il cielo azzurro mi ha tratto in inganno,son sempre la solita svampita.

Gatta per un giorno


Eravamo solo io e Roma. Un’appuntamento di un paio d’ore tra me e la città eterna. Il caldo inizia a farsi sentire anche qui ed anziché stare chiusi in biblioteca è molto più forte la voglia di passeggiare sotto il cielo terso della primavera. Avendo tre ore libere tra una lezione e l’altra ne ho approfittato per allontanarmi dalla città universitaria con la scusa di dover sbrigare delle incombenze. Mi sono così immersa nel traffico di mezzogiorno che mi ha accolta senza scomporsi. L’autobus procedeva a passo d’uomo tra semafori rossi e il frastuono della città in gran movimento. La bellezza di certi luoghi sta proprio in questo suo variopinto modo di accoglierti e stravolgerti. Arrivata a destinazione ho fatto i miei acquisti, una capatina in libreria, qualche sacchetto pesante al braccio e poi un’immancabile cliché romano : pizza e mortadella sgranocchiata sotto il sole caldo di Largo Torre Argentina. Mi son seduta su una panchina di fronte alle rovine dell’antica zona di Campo Marzio, in compagnia dei famosi Gatti che son qui ospitati da più di mezzo secolo. Di fronte a me un miciotto tigrato stava mangiando da una ciotola stracolma di croccantini, ci siamo fissati per un po’, ognuno perso nel suo mondo fino a quando una scolaresca non ha il visto il gatto e ha cercato di accarezzarlo,di prenderlo in braccio. I gatti qui sono a casa loro, sono abituati alle persone eppure quel micio non aveva voglia di stare con gli altri, di farsi toccare, era infastidito. Ha iniziato ad allontanarsi a passo lento per via di una zampa ferita e anziché andare lontano si è venuto a nascondere sotto le mie gambe, all’ombra della panchina in pietra su cui ero seduta. Ci eravamo scambiati uno sguardo di intesa, ci eravamo riconosciuti io e lui, aveva capito che gli somigliavo più di quanto fosse possibile… O forse è stata solo una coincidenza fatto sta che Siamo rimasti insieme per un po’, una compagnia senza grosse pretese. Che sia anche io un gatto sotto mentite spoglie? Non lo escluderei.

Il sole che scaldava la pelle, il vento leggerissimo che rendeva piacevole l’ora di punta, il rumore del tram che passava facendo tremare il pavimento e coprendo i rumori intorno… Oh sarei rimasta lì tutto il pomeriggio, son sincera, ma purtroppo la realtà chiamava, avevo già perso il mio autobus, avrei dovuto assolutamente prendere il prossimo, ero già fuori tempo massimo. Ho raccolto i miei pensieri e riposti al sicuro, poi è stata la volta delle mie borse e buste e mi son incamminata verso la fermata; il gatto si è alzato anche lui, stiracchiandosi e incamminandosi dalla parte opposta.

La mia pausa da gatta(ra) si è conclusa lì.

Ultimo sguardo intorno e via: l’appuntamento con Roma è terminato così, ci rivedremo sicuramente in solitaria, certi amori non si fanno scappar via, giusto? La prossima volta offro io. 😉

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Sorrisi dall’alto


Questa sera tornavo a casa e come al solito camminavo con gli occhi all’insù, pensando ai fatti miei e scrutando il cielo limpido che pian piano cambiava colore diventando ad ogni mio passo un po’ più cupo. E lassù ho trovato uno spicchio di luna, luminosissimo, sembrava un sorriso. Per un attimo ho pensato che fosse lì proprio per me e le mie labbra a loro volta hanno ricambiato il sorriso, senza pensarci su due volte.

È stato un venerdì soleggiato di quelli che ti svegli la mattina e sai già che è la giornata giusta per indossare il jeans dell’azzurro più sgargiante che hai. Un pomeriggio a Villa Torlonia con l’Amica che non vedi da dieci giorni(pochi ma tantissimi). Sedute all’ombra di un albero, con le gambe rigorosamente al sole perché sì,fa caldo ma non così tanto. Chiacchiere, racconti, risate, domande e confronti, un’infinità di parole chiassose portate via dal vento leggero che carezza la pelle e scompiglia i capelli ribelli. È vero che ci si sente tutti i giorni ma certe cose vanno dette di persona, non c’è niente da fare. Ed è così che si fa in fretta sera e bisogna tornare a casa ma non prima di un ultima coccola: 

– Sai di cosa avrei voglia adesso…? -Oh si, un gelato!!! -Esatto. 

Probabilmente la luna sorride per tutti questi motivi. E perché son buffa con le labbra tinte di un rossetto sbiadito che ancora porta i segni di un cono fior di latte e cioccolato extra dark, buono davvero, da leccarsi… le labbra per l’appunto. Allora di rimando sorrido anche io, d’altronde son contenta e per oggi direi va benissimo così. 

La bellezza di ciò che è stato


Un biglietto per un viaggio nel passato,alla scoperta della bellezza di ciò che è stato.

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Galleria Doria Pamphilj si trova al centro di Roma, un portone che affaccia sulla caotica Via Del Corso,attraversato il quale ci si affaccia in un cortile interno circondato da arcate rinascimentali, accolti dal rumore dell’acqua e il freddo umido tipico dei palazzi romani. I rumori esterni sono come ovattati, si respira aria diversa. L’ingresso al palazzo è maestoso,statue che ornano una grande scalinata, due rampe e poi si passa il tornello. Lì si compie la magia. Si entra in punta di piedi nel cuore del palazzo; audioguida alla mano e si passeggia su pavimenti scricchiolanti, tra sale da ballo di metà ‘700, specchi dorati, lampadari luminosi, arazzi alle pareti e cimeli artistici ad ogni angolo. Un tuffo nel passato, epoca di cui sembra poter sentire il peso e la magnificenza. Si percepisce quasi il rumore di tutti quei passi che si sono susseguiti in questi locali, nei corridoi luminosi e nelle stanze più ombrate. Ogni mattonella sembra poter raccontare una storia, la stoffa consumata sulle pareti rivela che di tempo ne è passato davvero molto, i quadri ti fissano immobili con la loro spocchia regale, raffigurano volti e personaggi ormai lontani nel tempo ma rimasti fermi lì a osservarti. Tu passeggi lentamente, circondata da tutto ciò e cerchi di assimilare ogni dettaglio perché lo sai che niente come l’occhio umano sa cogliere al meglio ciò che di bello lo circonda, le foto aiuteranno a ricordare sì, ma la memoria deve incamerare il più possibile. Ti immagini come sarebbe stato vivere lì,con soffitti altissimi, le grandi porte in doppia anta decorate con lo stemma di famiglia, il chiacchiericcio degli ospiti,la musica che riecheggia nell’aria…  Continui a passeggiare volgendo lo sguardo dove suggerisce la guida, ma un po’ fai anche di testa tua. Cammini con il capo all’insù, impegnata a fotografare le decorazioni delle volte; ti ritrovi a specchiarti in quei vetri opachi che ti restituiscono una te del XXI secolo immersa in un lontano 1700 e quasi stonano il tuo jeans e maglietta in tutto quello splendore che ti circonda. O forse no,lo rendono più reale,chissà. La visita non è lunga,dopo poco più di un’ora sei fuori, scendi gli ultimi gradini,attraversi il grande ingresso e sei di nuovo catapultata nello smog,nel fragore della città, in un turbine di colori e rumori. L’incantesimo è finito.gall

Roma ha molto da offrire ed ogni tanto fa bene perdersi in luoghi così,prendersi una pausa dal solito e buttarsi a capofitto nel bello. Ho conosciuto un altro tesoro nel cuore della città, non posso che ritenermi soddisfatta. E c’è ancora così tanto da vedere!