Sorrisi mattutini


Il treno delle 7 e 20 è assonnato ma non affollato. Trovo posto con facilità, qualcuno di buon cuore che mi fa passare per prima ed ecco che mi posiziono.

Chi prende il treno lo sa, trovare la giusta posizione è un gioco di incastri tra gambe di sconosciuti. Posiziono le mie senza allungarle, assumo una postura stranamente composta che non mi si addice per niente ma lo spazio che ho a disposizione è questo … Trovo posto anche alla borsa e libero le dita che avevo lasciato incastrate tra le pagine del libro. Di fronte a me c’è un tipo… Ok, un bel tipo. Seduto comodo, vestito nero, camicia bianchissima. Senza cravatta. Ascolta musica, occhi chiusi. Li apre di rado, per sbirciare le fermate. Va bene, gli do un’ultima rapida occhiata, io ho da leggere non ho tempo per questo.

La mezzora di viaggio scorre veloce e mi ritrovo al capolinea senza rendermene conto, ritorno alla realtà con un sorriso compiaciuto sulla faccia: adoro quando la narrativa contemporanea riesce a regalarmi emozioni ben scritte!

Ero così presa da me che non mi sono accorta che anche il belladdormentato di fronte a me era tornato in vita. E sorride. Oh, sorride perché io rido da sola, leggendo! Lo sbircio da sotto le mie spesse lenti nere dell’occhiale da sole, noto che cerca di capire cosa leggo, studia ancora un po’ la mia posizione. Ha l’aria divertita, buffa. O forse ero io a essere buffa. Poi si alza, infila agilmente la giacca, con un gran bel movimento, sì sì, da dieci e lode. Raccoglie le sue cose e va via.

Eeeh. *sospirone* Ciao belladdormentato, buona giornata, dato che sei interessato io una storia l’avrei letta volentieri anche a te, prima di andare a letto. Facciamo alla prossima?

Annunci

2 Gennaio 2018


Lo smalto rosso sbeccato è il simbolo silenzioso della festosità che ci lasciamo alle spalle. Vien via con un colpo di acetone, lasciando un alone impercettibile; ma noi sappiamo che c’è stato. Una Yankee Candle color vinaccia si scioglie lentamente al calore della fiamma; dolce odore di frutti rossi si sparge per la stanza; passa dal naso per avvolgerti all’interno. Una coccola invernale. La lampada della scrivania è accesa, i fogli sono sparsi ovunque, i libri aperti. Una coperta blu notte è posata sulle gambe accavallate. 2 Gennaio 2018. La quotidianità che si stiracchia e riprende vita. 

” Mia cara Riccioletta, in questa nostra terra arida se vuoi trovare un po’ di poesia ti conviene iniziare a scriverne!” 

Dal libro in lettura quest’oggi, La verità ,vi spiego,sull’amore di Enrica Tesio.

Mai citazione mi sembrò più appropriata 🙂

Non so se ha senso ma tant’è …


Nei libri spesso ho letto la frase si torceva le mani ed è un gesto legato all’ansia, alla disperazione, al disagio che stava vivendo il personaggio in quel momento. 

Da ragazzina ho sempre avuto difficoltà a immaginarmi questo gesto di torcersi  le mani, non capivo cosa fosse; le ruotava su se stesse? O forse le legava? I polsi che movimento dovevano fare? 

In realtà crescendo ho avuto ben chiaro il significato di questa espressione: le mani che si stritolano tra di loro, le tormenti come se spremendole potesse uscirne del conforto, magari una soluzione ai problemi.

È un gesto che sorprendentemente mi son trovata a riconoscere negli altri e a fare io stessa. Stritoli le mani tra di loro nell’attimo in cui ti manca il respiro, non sai più che fare, cosa dire e pensare e tutto ciò che ti logora dentro trova una via di fuga in quel gesto nervoso e involontario.

Forse è l’equivalente del pizzicotto per chi sogna: l’uno ti sveglia e riporta a realtà; il torscersi le mani ti fa capire che non puoi dissolverti nel nulla, che sei ancora legato a un corpo, vai ricaricato come se fossi un carillon : respira! 

Pagina 12


Nuova lettura, scelta per caso; il titolo non conta, lo hai sbirciato di sfuggita. Hai fin troppi libri in sospeso per poter pensare che questo sia quello decisivo. È un periodo di irrequietezza intellettiva… 

Leggi la dedica e la citazione di apertura. Carina, ti è familiare. Leggi L’introduzione. Capisci di chi si parla.  Prosegui, capitolo uno. Arrivi a pagina dodici e lì accade l’impensabile: senti una lacrima solitaria inumidirti il viso. Senza preavviso, non ha fatto clamore.

A volte non conta quanto sei avanti con la storia ma quando vi sei immerso

L’emozione scalfisce anche le menti più assopite, le parole si fanno spazio nella nebulosa di pensieri che fagocitano il lettore.

Librerie social


Ho notato negli ultimi anni che si è sviluppato un vero e proprio culto delle librerie casalinghe: quello che era un mobile in cui riporre i propri libri è pian piano divenuto un oggetto di design, un arredo fondamentale delle proprie stanze, una sorta di manifesto di noi stessi.

Si condividono sempre più video in cui si mostra come è ordinata la propria libreria, come è decorata; ci son foto in cui si fa sfoggio della propria collezione cromatica o sistemata per autore, magari per edizione; la libreria è lo sfondo delle proprie foto se non motivo di vanto giornaliero. E’ divenuta un oggetto inanimato da mostrare, far vedere, curare e fotografare. Si fa sfoggio di erudizione passando per la propria libreria, il luogo in cui i libri vengono impilati religiosamente o alla rinfusa importante è che dicano qualcosa di noi e che sia sempre in bella mostra.

Ecco, la libreria è diventata un marchio di fabbrica per quest’epoca egocentrica, è il passe-partout per accedere nel mondo social in cui l’apparenza conta, conta moltissimo.

Riflettevo su questa cosa l’altro giorno, quando ho messo mi piace all’ennesima foto in cui troneggiava una libreria immensa, un’intera parete multicolore con scaffali decorati da lucine appariscenti e oggettini vari tra una miriade di libri e tomi voluminosi. Io ho diverse librerie in casa, semplici e piccine, non maestose ma piene di volumi,quello sì; però per me la libreria è sempre stata un luogo di passaggio in cui i libri sostavano per poi intraprendere nuovi viaggi; sono una lettrice onnivora che ha sempre frequentato la biblioteca comunale o persone che le prestavano libri: i miei scaffali hanno visto passare classici, libri per ragazzi, poi narrativa contemporanea; Henry James e le sue miriadi di parole cedevano il passo a Carofiglio, Jane Austen faceva il paio con Bianchini, Vecchioni si poggiava a Grossman, Oriana Fallaci faceva spazio alla Mazzantini… E’ stato così per anni e continua ad esserlo tutt’ora. Non ho mai sentito la necessità di tenere i libri letti in bella mostra, tutti lì impilati per ricordarmi che sono lettrice o dimostrare agli altri quanto leggo. Ho invece sempre pensato che noi siamo le uniche vere librerie da mostrare: siamo l’insieme dei libri letti, sfogliati, assaporati o odiati; siamo le parole di cui ci nutriamo e quelle che amiamo; abbiamo scaffali invisibili in cui posizionare i libri letti, non per colore o autore né ci importa la casa editrice ma conta solo l’emozione: alcuni finiscono sul cuore, sono i nostri preferiti, quelli che adoriamo e lasciano un segno indelebile; alcuni li mettiamo sotto i piedi (metaforicamente, ovvio) e sono quelle storie noiose o tremendamente brutte che abbiamo lasciato a metà o forse nemmeno siamo riusciti a terminare; un paio ci rimangono impressi negli occhi, talmente verosimili da sembrare di averli vissuti o quantomeno visti al cinema, in una personalissima pellicola; ci sono quelli che portiamo in mano, nuove letture che abbracciamo e teniamo strette nella speranza che ci sorprendano; nella testa c’è forse lo scaffale più pesante quello dei libri che ci hanno portato a riflettere, con cui abbiamo affinato il pensiero o arricchito il nostro bagaglio di conoscenze…

Insomma, a chi serve tenere i libri in mostra, ben posizionati? Non sono oggetti di cui far semplicemente sfoggio, un qualcosa su cui piazzare il bollino del possesso; i libri letti rimangono anche se non sono in libreria. Certo anche io guardo le foto estasiata, visito biblioteche anche solo per respirarne il senso di benessere che dà l’essere circondati da carta stampata; sono vittima dell’acquisto compulsivo di libri e adoro averne in giro per casa ma non vorrei mai che diventassero solo oggetti da mostrare, uno status symbol; sono parte di me e non devo dimostrare niente a nessuno né mi sento migliore ad altri per questo.

Invece mi sembra che ultimamente si consideri la lettura come un qualcosa per cui distinguersi, si riduce tutto all’apparire e lo trovo tremendamente triste. Bellissime le foto che girano,son artistiche,colorate ma vorrei vedere più persone-libreria in giro, persone belle che sanno parlare e confrontarsi e dedicano del tempo alla loro passione senza ostentazione o rivalità.

Ma forse siamo nell’epoca sbagliata, non si vive più nulla con la giusta intimità e attenzione. Siamo tutti vittime della rapidità e della condivisione continua, immobilizzati in foto perfette ma ritoccate.

Paradossalmente il realismo è diventato materia per i sognatori.

Domenica invisibile


Piove. Piove tantissimo. E la temperatura è di quelle piacevoli per cui ti riesci a infilare il jeans lungo, aderente, senza fatica. Spero di aver reso (poeticamente) l’idea.

Piove ed è buio. Dalle finestre accostate entra rumore di acqua, scrosciante. Il temporale ogni tanto ha la meglio anche sulla luce: la lampadina sembra farmi l’occhiolino.

I tuoni fanno tremare i vetri, altre volte invece son più mansueti e borbottano da lontano.

Sono in casa e non ho voglia di fare nulla di ciò che dovrei. Depenno gli appunti in agenda e li sostituisco con altro. Come se la pioggia fosse una scusa più che valida per far finta che la giornata di oggi sia un extra, qualcosa di non vero ma tremendamente necessario.

Mi siedo a terra, gambe incrociate, schiena poggiata al muro, un libro sulle gambe. Non è nemmeno un granché come lettura però mi son ripromessa di terminarla, manca così poco alla fine ed è un buon giorno per archiviare un brutto libro.

 

 

Le passioni sbiadiscono come il ricordo di chi era con noi ad alimentarle?


Ero immersa in une delle mie pause lettura, quei momenti che mi prendo durante la giornata per interrompere ciò che stavo facendo (oggi era studiare) e concedermi dieci minuti per riprendere fiato leggendo uno o due capitoli del libro che mi fa compagnia in questi giorni… Mentre leggevo son incappata in questa frase :

“[…] Ora che non stiamo insieme Chi si occuperà di tutte quelle parti di noi che diciotto anni fa è stato l’altro a inventare, che per anni è stato l’altro a tenere in vita?”

Ed ho interrotto la lettura per rifletterci un po’ su, è una delle domande che mi pongo spesso anche io. Quando frequentiamo qualcuno, che sia per amore o amicizia, le vite finiscono per intrecciarsi e sebbene ognuno mantenga la propria unicità e personalità si finisce comunque a conoscere le passioni dell’altro, si entra in punta di piedi in nuovi mondi e si scoprono interessi diversi dai nostri che poco a poco finiscono per essere anche nostri. E’ un processo lento, non avviene sempre e non accade perché si è obbligati o costretti, semplicemente si viene inglobati dalla quotidianità altrui e così scopriamo cose che non avremmo mai fatto probabilmente se non avessimo conosciuto quella persona. Ma quando l’amicizia o l’amore finiscono che accade a quelle passioni che ci avevano accomunato? Svaniscono come la relazione che ci univa? O rimangono con noi come a ricordarci per sempre quella persona che ormai abbiamo in qualche modo perso?

Personalmente non so bene come funzioni. Mi chiedo spesso se nelle vite altrui sia riuscita a lasciare un piccolo segno del mio passaggio, un qualcosa di positivo che faccia ripensare a me con un sorriso o che dopo le liti e i malumori riesca comunque a far sospirare un “beh, per quel che è durato è stata comunque uno spasso”.

Ho sempre temuto che in realtà le passioni condivise lo fossero solo per finta, per necessità. Sapete quelli che pur di farti contenta ti dicono che gli piace quello che fai, quello che pensi ed iniziano con l’imitarti solo per stare con te, per far finta di essere compatibili? Brrr, da brivido. Qualche volta mi è anche successo: pensavo di aver trovato qualcuno con cui condividere passioni e pensieri in tranquillità ed invece ho scoperto che era tutta finzione, sotto sotto c’era solo voglia di conquistare la mia attenzione, copiare, primeggiare o nei peggiori dei casi c’era invidia… Eh si, ho frequentato brutte persone, che tocca fa’?! Mi facevo abbindolare con poco, ora son solo più diffidente.

Personalmente io conservo passioni che ho scoperto di avere grazie a mie amicizie passate; interessi nuovi che pian piano mi hanno incuriosita e ho reso miei, approcciandomi alla novità in un modo tutto mio. E quando mi capita di fare qualcosa che prima apparteneva a un noi mi ritrovo a pensare “ti sarebbe piaciuto, chissà se sei venuto anche tu qui…” e tra me e me sorriso, per quell’attimo lì i rancori svaniscono, le liti vengono dimenticate, i torti subiti accantonati, rimane solo un po’ curiosità malinconica e sì, quel momento lì mi vien da pensare “beh, ci siamo divertite tanto, è stato uno spasso, malgrado tutto”.

Non sempre però son riuscita a portare avanti ciò che mi legava a qualcun altro e così è rimasta nel passato una parte di me che non era solo mia ma anche di qualcun altro e che non ha trovato modo di farcela da sola. Non l’ho dimenticata, semplicemente l’ho messa da parte per far spazio ad altro, penso che nulla possa durare per sempre ed è giusto rinunciare a qualcosa che non abbia più ragione d’esistere.

Quindi per rispondere alla domanda del libro direi che sebbene alcune parti di noi siano state messe insieme da altri siamo perfettamente in grado di coltivarle da soli, senza ostacoli o paure; di altre invece faremo a meno, come quando si tagliano i rami secchi per permettere ai nuovi germogli di crescere allo stesso modo permettiamo a noi stessi di evolverci di trovare nuovi input e nuovi mondi da scoprire. L’importante secondo me è non annullarsi mai per nessuno e ricordarsi che siamo sempre un io pensante ed autonomo anche quando si è parte di un noi, dobbiamo saper conservare noi stessi e così facendo non ci ritroveremo mai troppo persi, sapremo sempre da dove ricominciare o come continuare, perché no?!

 

P.S.  Io mi chiedo spesso se tu leggi ancora dopo quella volta che ti ho trascinato in libreria e travolto dal mio entusiasmo ti eri fatto convincere a comprare qualcosa dicendomi “Da quando parlo con te ho iniziato a pensare che la lettura non sia poi così noiosa”. E tu leggi ancora Vanity Fair come eravamo solite fare il mercoledì ad ogni sua uscita e trovi ancora soprannomi alle persone come facevamo sempre in una sorta di linguaggio in codice per cui finivamo per non ricordarci più quali fossero i nomi veri? E tu, sì proprio tu, vedi ancora i film da maschiaccio che mi piacciono tanto, quelli con le armi da fuoco e gli inseguimenti, le battute malvagie e i buoni che son quasi cattivi ai quali ti eri convertita con entusiasmo e grande stupore? Queste sono alcune delle più frequenti domande che mi pongo io quando ripenso alle mie frequentazioni passate; ovviamente non hanno risposta certa e quindi mi piace pensare che sia del tutto affermativa o quasi. 🙂