Non so se ha senso ma tant’è …


Nei libri spesso ho letto la frase si torceva le mani ed è un gesto legato all’ansia, alla disperazione, al disagio che stava vivendo il personaggio in quel momento. 

Da ragazzina ho sempre avuto difficoltà a immaginarmi questo gesto di torcersi  le mani, non capivo cosa fosse; le ruotava su se stesse? O forse le legava? I polsi che movimento dovevano fare? 

In realtà crescendo ho avuto ben chiaro il significato di questa espressione: le mani che si stritolano tra di loro, le tormenti come se spremendole potesse uscirne del conforto, magari una soluzione ai problemi.

È un gesto che sorprendentemente mi son trovata a riconoscere negli altri e a fare io stessa. Stritoli le mani tra di loro nell’attimo in cui ti manca il respiro, non sai più che fare, cosa dire e pensare e tutto ciò che ti logora dentro trova una via di fuga in quel gesto nervoso e involontario.

Forse è l’equivalente del pizzicotto per chi sogna: l’uno ti sveglia e riporta a realtà; il torscersi le mani ti fa capire che non puoi dissolverti nel nulla, che sei ancora legato a un corpo, vai ricaricato come se fossi un carillon : respira! 

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Pagina 12


Nuova lettura, scelta per caso; il titolo non conta, lo hai sbirciato di sfuggita. Hai fin troppi libri in sospeso per poter pensare che questo sia quello decisivo. È un periodo di irrequietezza intellettiva… 

Leggi la dedica e la citazione di apertura. Carina, ti è familiare. Leggi L’introduzione. Capisci di chi si parla.  Prosegui, capitolo uno. Arrivi a pagina dodici e lì accade l’impensabile: senti una lacrima solitaria inumidirti il viso. Senza preavviso, non ha fatto clamore.

A volte non conta quanto sei avanti con la storia ma quando vi sei immerso

L’emozione scalfisce anche le menti più assopite, le parole si fanno spazio nella nebulosa di pensieri che fagocitano il lettore.

Librerie social


Ho notato negli ultimi anni che si è sviluppato un vero e proprio culto delle librerie casalinghe: quello che era un mobile in cui riporre i propri libri è pian piano divenuto un oggetto di design, un arredo fondamentale delle proprie stanze, una sorta di manifesto di noi stessi.

Si condividono sempre più video in cui si mostra come è ordinata la propria libreria, come è decorata; ci son foto in cui si fa sfoggio della propria collezione cromatica o sistemata per autore, magari per edizione; la libreria è lo sfondo delle proprie foto se non motivo di vanto giornaliero. E’ divenuta un oggetto inanimato da mostrare, far vedere, curare e fotografare. Si fa sfoggio di erudizione passando per la propria libreria, il luogo in cui i libri vengono impilati religiosamente o alla rinfusa importante è che dicano qualcosa di noi e che sia sempre in bella mostra.

Ecco, la libreria è diventata un marchio di fabbrica per quest’epoca egocentrica, è il passe-partout per accedere nel mondo social in cui l’apparenza conta, conta moltissimo.

Riflettevo su questa cosa l’altro giorno, quando ho messo mi piace all’ennesima foto in cui troneggiava una libreria immensa, un’intera parete multicolore con scaffali decorati da lucine appariscenti e oggettini vari tra una miriade di libri e tomi voluminosi. Io ho diverse librerie in casa, semplici e piccine, non maestose ma piene di volumi,quello sì; però per me la libreria è sempre stata un luogo di passaggio in cui i libri sostavano per poi intraprendere nuovi viaggi; sono una lettrice onnivora che ha sempre frequentato la biblioteca comunale o persone che le prestavano libri: i miei scaffali hanno visto passare classici, libri per ragazzi, poi narrativa contemporanea; Henry James e le sue miriadi di parole cedevano il passo a Carofiglio, Jane Austen faceva il paio con Bianchini, Vecchioni si poggiava a Grossman, Oriana Fallaci faceva spazio alla Mazzantini… E’ stato così per anni e continua ad esserlo tutt’ora. Non ho mai sentito la necessità di tenere i libri letti in bella mostra, tutti lì impilati per ricordarmi che sono lettrice o dimostrare agli altri quanto leggo. Ho invece sempre pensato che noi siamo le uniche vere librerie da mostrare: siamo l’insieme dei libri letti, sfogliati, assaporati o odiati; siamo le parole di cui ci nutriamo e quelle che amiamo; abbiamo scaffali invisibili in cui posizionare i libri letti, non per colore o autore né ci importa la casa editrice ma conta solo l’emozione: alcuni finiscono sul cuore, sono i nostri preferiti, quelli che adoriamo e lasciano un segno indelebile; alcuni li mettiamo sotto i piedi (metaforicamente, ovvio) e sono quelle storie noiose o tremendamente brutte che abbiamo lasciato a metà o forse nemmeno siamo riusciti a terminare; un paio ci rimangono impressi negli occhi, talmente verosimili da sembrare di averli vissuti o quantomeno visti al cinema, in una personalissima pellicola; ci sono quelli che portiamo in mano, nuove letture che abbracciamo e teniamo strette nella speranza che ci sorprendano; nella testa c’è forse lo scaffale più pesante quello dei libri che ci hanno portato a riflettere, con cui abbiamo affinato il pensiero o arricchito il nostro bagaglio di conoscenze…

Insomma, a chi serve tenere i libri in mostra, ben posizionati? Non sono oggetti di cui far semplicemente sfoggio, un qualcosa su cui piazzare il bollino del possesso; i libri letti rimangono anche se non sono in libreria. Certo anche io guardo le foto estasiata, visito biblioteche anche solo per respirarne il senso di benessere che dà l’essere circondati da carta stampata; sono vittima dell’acquisto compulsivo di libri e adoro averne in giro per casa ma non vorrei mai che diventassero solo oggetti da mostrare, uno status symbol; sono parte di me e non devo dimostrare niente a nessuno né mi sento migliore ad altri per questo.

Invece mi sembra che ultimamente si consideri la lettura come un qualcosa per cui distinguersi, si riduce tutto all’apparire e lo trovo tremendamente triste. Bellissime le foto che girano,son artistiche,colorate ma vorrei vedere più persone-libreria in giro, persone belle che sanno parlare e confrontarsi e dedicano del tempo alla loro passione senza ostentazione o rivalità.

Ma forse siamo nell’epoca sbagliata, non si vive più nulla con la giusta intimità e attenzione. Siamo tutti vittime della rapidità e della condivisione continua, immobilizzati in foto perfette ma ritoccate.

Paradossalmente il realismo è diventato materia per i sognatori.

Domenica invisibile


Piove. Piove tantissimo. E la temperatura è di quelle piacevoli per cui ti riesci a infilare il jeans lungo, aderente, senza fatica. Spero di aver reso (poeticamente) l’idea.

Piove ed è buio. Dalle finestre accostate entra rumore di acqua, scrosciante. Il temporale ogni tanto ha la meglio anche sulla luce: la lampadina sembra farmi l’occhiolino.

I tuoni fanno tremare i vetri, altre volte invece son più mansueti e borbottano da lontano.

Sono in casa e non ho voglia di fare nulla di ciò che dovrei. Depenno gli appunti in agenda e li sostituisco con altro. Come se la pioggia fosse una scusa più che valida per far finta che la giornata di oggi sia un extra, qualcosa di non vero ma tremendamente necessario.

Mi siedo a terra, gambe incrociate, schiena poggiata al muro, un libro sulle gambe. Non è nemmeno un granché come lettura però mi son ripromessa di terminarla, manca così poco alla fine ed è un buon giorno per archiviare un brutto libro.

 

 

Le passioni sbiadiscono come il ricordo di chi era con noi ad alimentarle?


Ero immersa in une delle mie pause lettura, quei momenti che mi prendo durante la giornata per interrompere ciò che stavo facendo (oggi era studiare) e concedermi dieci minuti per riprendere fiato leggendo uno o due capitoli del libro che mi fa compagnia in questi giorni… Mentre leggevo son incappata in questa frase :

“[…] Ora che non stiamo insieme Chi si occuperà di tutte quelle parti di noi che diciotto anni fa è stato l’altro a inventare, che per anni è stato l’altro a tenere in vita?”

Ed ho interrotto la lettura per rifletterci un po’ su, è una delle domande che mi pongo spesso anche io. Quando frequentiamo qualcuno, che sia per amore o amicizia, le vite finiscono per intrecciarsi e sebbene ognuno mantenga la propria unicità e personalità si finisce comunque a conoscere le passioni dell’altro, si entra in punta di piedi in nuovi mondi e si scoprono interessi diversi dai nostri che poco a poco finiscono per essere anche nostri. E’ un processo lento, non avviene sempre e non accade perché si è obbligati o costretti, semplicemente si viene inglobati dalla quotidianità altrui e così scopriamo cose che non avremmo mai fatto probabilmente se non avessimo conosciuto quella persona. Ma quando l’amicizia o l’amore finiscono che accade a quelle passioni che ci avevano accomunato? Svaniscono come la relazione che ci univa? O rimangono con noi come a ricordarci per sempre quella persona che ormai abbiamo in qualche modo perso?

Personalmente non so bene come funzioni. Mi chiedo spesso se nelle vite altrui sia riuscita a lasciare un piccolo segno del mio passaggio, un qualcosa di positivo che faccia ripensare a me con un sorriso o che dopo le liti e i malumori riesca comunque a far sospirare un “beh, per quel che è durato è stata comunque uno spasso”.

Ho sempre temuto che in realtà le passioni condivise lo fossero solo per finta, per necessità. Sapete quelli che pur di farti contenta ti dicono che gli piace quello che fai, quello che pensi ed iniziano con l’imitarti solo per stare con te, per far finta di essere compatibili? Brrr, da brivido. Qualche volta mi è anche successo: pensavo di aver trovato qualcuno con cui condividere passioni e pensieri in tranquillità ed invece ho scoperto che era tutta finzione, sotto sotto c’era solo voglia di conquistare la mia attenzione, copiare, primeggiare o nei peggiori dei casi c’era invidia… Eh si, ho frequentato brutte persone, che tocca fa’?! Mi facevo abbindolare con poco, ora son solo più diffidente.

Personalmente io conservo passioni che ho scoperto di avere grazie a mie amicizie passate; interessi nuovi che pian piano mi hanno incuriosita e ho reso miei, approcciandomi alla novità in un modo tutto mio. E quando mi capita di fare qualcosa che prima apparteneva a un noi mi ritrovo a pensare “ti sarebbe piaciuto, chissà se sei venuto anche tu qui…” e tra me e me sorriso, per quell’attimo lì i rancori svaniscono, le liti vengono dimenticate, i torti subiti accantonati, rimane solo un po’ curiosità malinconica e sì, quel momento lì mi vien da pensare “beh, ci siamo divertite tanto, è stato uno spasso, malgrado tutto”.

Non sempre però son riuscita a portare avanti ciò che mi legava a qualcun altro e così è rimasta nel passato una parte di me che non era solo mia ma anche di qualcun altro e che non ha trovato modo di farcela da sola. Non l’ho dimenticata, semplicemente l’ho messa da parte per far spazio ad altro, penso che nulla possa durare per sempre ed è giusto rinunciare a qualcosa che non abbia più ragione d’esistere.

Quindi per rispondere alla domanda del libro direi che sebbene alcune parti di noi siano state messe insieme da altri siamo perfettamente in grado di coltivarle da soli, senza ostacoli o paure; di altre invece faremo a meno, come quando si tagliano i rami secchi per permettere ai nuovi germogli di crescere allo stesso modo permettiamo a noi stessi di evolverci di trovare nuovi input e nuovi mondi da scoprire. L’importante secondo me è non annullarsi mai per nessuno e ricordarsi che siamo sempre un io pensante ed autonomo anche quando si è parte di un noi, dobbiamo saper conservare noi stessi e così facendo non ci ritroveremo mai troppo persi, sapremo sempre da dove ricominciare o come continuare, perché no?!

 

P.S.  Io mi chiedo spesso se tu leggi ancora dopo quella volta che ti ho trascinato in libreria e travolto dal mio entusiasmo ti eri fatto convincere a comprare qualcosa dicendomi “Da quando parlo con te ho iniziato a pensare che la lettura non sia poi così noiosa”. E tu leggi ancora Vanity Fair come eravamo solite fare il mercoledì ad ogni sua uscita e trovi ancora soprannomi alle persone come facevamo sempre in una sorta di linguaggio in codice per cui finivamo per non ricordarci più quali fossero i nomi veri? E tu, sì proprio tu, vedi ancora i film da maschiaccio che mi piacciono tanto, quelli con le armi da fuoco e gli inseguimenti, le battute malvagie e i buoni che son quasi cattivi ai quali ti eri convertita con entusiasmo e grande stupore? Queste sono alcune delle più frequenti domande che mi pongo io quando ripenso alle mie frequentazioni passate; ovviamente non hanno risposta certa e quindi mi piace pensare che sia del tutto affermativa o quasi. 🙂

 

19Febbraio2017


Segniamolo come il giorno in cui mi sono “bruciata” al sole. Fuori stagione,sì.

Il cielo azzurrissimo,sole immenso, caldo,avvolgente. Carezzava la pelle coccolandomi un po’ ed era il tipo di attenzione di cui avevo bisogno oggi. Così mi son ritrovata seduta in terrazzo a leggere,gambe incrociate,cervello in standby e telefono in modalità “non ci sono per nessuno”. Intorno tutto fin troppo silenzioso ma d’altronde è una domenica di febbraio mica giugno,in giro non c’è quasi nessuno e qualche comignolo ancora sputa fuori ampie nuvole di fumo,giusto per ricordarci che l’inverno è tutt’altro che finito. Ma io son temeraria, il pavimento non è poi così freddo e questo è il mio rifugio,nessuno mi verrà a cercare qui, per cui mi fermo nonostante tutto. Non mi rendo conto di quanto tempo sia passato,l’ombra mi rincorre e pian piano raggiunge la mia postazione, un ultimo raggio stiracchiato mi dona la luce necessaria per specchiarmi nella finestra e notare le mie guance arrossate. Ma La carezza del sole aveva lasciato il segno del suo passaggio anche lì dove la maglia lascia ampio respiro allo scollo. Insomma, anche dal collo in giù ho preso un colorito vispo che non sta niente male. Però pizzica un pochinino. Una sorta di solletico che mi ricorda della piacevole pausa che mi son presa oggi,soprattutto adesso che il sole è scomparso ma un po’ del suo calore è rimasto con me. Stando alle previsioni questo weekend avrebbe dovuto piovere, nuvole e saette. Direi che se anche domani piove così posso tirar fuori la mia immancabile crema solare, metti che mi venga voglia di tornare in terrazza a sbrigare il lavoro accumulato…Meglio non farsi trovare impreparati 😁

Riconoscersi in un rossetto.


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Lipstick in Afghanistan è il titolo della mia ultima lettura. Le ragazze di Kabul è il titolo tradotto (male) in Italiano. In realtà la storia è ambientata a Bamiyan e non nella Capitale Afghana e di per sé non è malvagia ma ha deluso le mie aspettative: mi sarebbe piaciuto che la scrittrice –Roberta Gately– approfondisse di più i capitoli riguardo le tradizioni afghane, la cultura e magari la condizione delle donne,la loro determinazione e la loro sofferenza. Invece di tutto ciò si viene sì a conoscenza ma in maniera sommaria, quasi superficiale. Io avrei dato maggior risalto a questi approfondimenti culturali ed evitato altro. Anche il finale è un po’ frettoloso,messo insieme in maniera approssimativa… Insomma un libro bellino ma non grandioso.

Ora, sebbene la lettura non mi abbia convinto a pieno mi ha comunque colpito, in particolare riguardo al rossetto a cui fa riferimento il titolo originario dell’opera : il rossetto nel libro diviene un punto d’incontro tra le donne occidentali e  orientali, è un accessorio fondamentale ai fini della storia, un oggetto attraverso cui passa l’amicizia, la solidarietà, il senso di appartenenza ad un genere, quello femminile, che spesso viene sottomesso e annientato, è l’oggetto simbolo di forza e bellezza,non semplice makeup ma un segno distintivo. Le donne afghane posso sfoggiarlo solo durante rare occasioni pubbliche per il resto finiscono per provarlo di nascosto, o agognarlo tutta la vita. Nel libro un piccolo tubicino di rossetto viene conservato come simbolo di speranza per le generazioni future affinché le giovani bambine di oggi possano un domani indossarlo ogni giorno e sentirsi finalmente belle, sentirsi vive e non più invisibili.

Nel mio beauty non ci sono un gran numero di trucchi, ancor meno di rossetti. E’ da pochi anni che ho iniziato ad usarlo e nemmeno assiduamente. Lo metto in occasioni speciali, quelle in cui serve una marcia in più e mi sento in perfetta sintonia con me stessa. Una passata di rosso opaco sulle labbra e sembra di poter conquistare il mondo. Non è vanità, non solo. E’ un accessorio importante, me ne sono resa conto leggendo queste pagine: a volte basta una passata di rossetto per sentirsi meglio,per essere effettivamente pronte. Può sembrare una sciocchezza, forse lo è, ma è una sciocchezza importante, non so se rendo l’idea.

Insomma, il libro non so se consigliarvelo o meno, decidete voi se leggerlo, non è comunque malaccio. Ma il rossetto, beh, voi che potete indossarlo tutti i giorni pensateci su alla prossima passata di tinta sulle labbra: è un po’ di colore di cui alcune abusano,ad altre è negato, ma in cui ognuna di noi si riconosce a suo modo.

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