Quel che resta di alcune giornate


Ci sono giornate confuse. Di quelle in cui vi perdete in pensieri sfarfallanti senza alcun ritegno, per poi tornare al dovere che ahimè ultimamente non precede il piacere ma da questo viene completamente declassato.

Non sai cosa vuoi e cosa fai, ma procedi lo stesso perché, oh, da qualche parte si arriverà!

Ed è strano che in momenti così ti chiedano consiglio. Altri a te. E sei tu lì col tuo vissuto le tue idee a dover aiutare altri a imboccare una giusta strada. Tu. Ci vuole coraggio a consigliare gli altri, non è vero come dicono che “è a noi che è difficile dare consigli e con gli altri siam tutti maestri”. Dare consigli implica un mettersi in gioco, appoggiare e supportare vite diverse dalle nostre ma a cui siamo legati, a volte più a volte meno. Dare consigli è un atto di fiducia, riveliamo noi stessi in loro favore. E se poi non seguiranno i nostri pareri noi comunque ci siamo stati. Magari storceremo il naso senza capire. Come è giusto che sia e proseguiremo a farci domande. Le nostre questa volta.

Ecco in giornate così ci si sente consumati. Resta ben poco a fine serata. Un vago ricordo di quel che eravamo.

Capità Così


“Capita così
Che un bel giorno ti guardi allo specchio
E ti trovi più vecchio
Di parecchio

Inizia così una delle canzoni dell’ultimo cd di Brunori… La ascoltavo proprio l’altro giorno mentre ero su un treno in attesa mi riportasse a casa. Ecco, non fate mai come me, non specchiatevi nei vetri sporchi di vecchi vagoni malandati, mai. MAI. Vi restituiranno un’immagine tremenda, il vostro brutto tracollo messo lì davanti a voi senza filtri!

Io ancora sono qui a chiedermi perché vado in giro con ‘sta faccia: la settimana è stata dura e si vede, eccome se si vede!

Sono invecchiata di parecchio nel giro di poco. O forse su lungo periodo ma ho fatto finta di non saperlo. Fatto sta che me l’accollo e ci canticchio su Brunori che tra l’altro è il mio cantante del momento: quello che prende la tristezza mista a malinconia e anziché buttarla via ci si accoccola accanto e gli ci canta una nenia d’accompagnamento. Non so se mi spiego.

Cinema sdegno e minoranze


Qualche sera fa ho visto un bel film su Chili. Woman in gold, la vera storia di Maria Altmann, ebrea di origini austriache (interpretata da Helen Mirren) che intraprende una campagna legale contro lo Stato austriaco per la restituzione di alcune opere d’arte letteralmente rubate alla sua famiglia da parte dei nazisti. Tra queste opere spicca anche la famosa Donna in oro di Gustav Klimt, a cui si deve il titolo della pellicola.

Helen Mirren e Ryan Reynolds nel film

Non è mia intenzione farvi una recensione, posso dirvi che vi consiglio di vederlo perché l’ho trovata una narrazione delicata ma allo stesso tempo incisiva.

Quello che però vorrei condividere è una riflessione: mentre guardavo il film mi son sentita indignata, forse addirittura arrabbiata, desolata nel vedere come le persone venivano depredate dei loro averi, della loro dignità e tranquillità domestica da un giorno all’altro e di quanto decenni dopo fosse ancora così difficile per molti riconoscere l’errore e porvi rimedio. Gente in divisa entrava nelle loro case e prendeva ciò che voleva; mi son sentita indifesa sebbene non fosse il primo film che vedessi ambientato in quegli anni e nemmeno la prima volta che sentivo parlare di tali atti contro gli ebrei durante la guerra.

Senza saperlo quella stessa sera avveniva quello che ormai tutti conosciamo come il caso del citofono: un politico italiano con telecamere e un seguito di più persone si permette di invadere la privacy di privati cittadini andando a suonare alla loro porta, esternando accuse infanganti con un sorrisino soddisfatto.

Faccio fatica a dirvi quanto schifo mi abbia fatto apprendere la notizia e come immediato sia stato il parallelismo con il film di cui parlavo.

Siamo davvero pronti a accettare che si vada a casa di persone a noi sconosciute, guidati da pregiudizi e sentito dire, mettendoli alla gogna, deridendoli? E’ questo il concetto di diritto e giustizia che abbiamo? Il miglioramento di cui il paese ha bisogno sarebbe questo? Mi sembra anche ridicolo chiederlo, eppure…

Ho letto molti pareri a riguardo, prese di posizioni più disparate ma mi spaventano quelli che difendono l’accaduto e minimizzano, o peggio si schierano a favore vedendoci del buono in un atto così vile e ingiusto.

Mauro Biani per Repubblica.

Desolante la realtà che ci circonda. Davvero.

Cascare in piedi


Scendendo dal pullman oggi ho saltato un gradino, una svista, ma per fortuna non son caduta: son atterrata con entrambi i tacchi a terra, piedi saldi, gambe unite. Ho avuto i giusti riflessi. E mi son sorpresa perché, insomma. quante volte capita di inciampare e cadere in piedi? Direi raramente, se siete me. Io son capace di inciampare anche nel nulla e rovinare a terra subito dopo…

Mi son ritrovata a pensare che effettivamente non è facile cascare e uscirne senza danno ma ci sono occasioni in cui farebbe davvero comodo. Magari bastasse avere buoni riflessi e gambe solide per potersela cavare senza riportare lividi!

Fuor di metafora posso dire però che almeno oggi ha funzionato. Gambe intonse, calze salve; io svampita, sì, ma in piedi!

Pianoforte al binario 9 e 3/4


Al secondo piano della Stazione Tiburtina, in punto nascosto dal via vai inarrestabile delle persone in viaggio, è posizionato un pianoforte nero. E’ lì, pronto all’uso di chiunque abbia voglia di impiegare il tempo dilettando i passanti o semplicemente sfogando la propria noia battendo sui tasti in maniera casuale e del tutto inappropriata, con la convinzione che nel caos del luogo quelle note si disperderanno sovrastate da annunci gracchianti o dallo scalpiccio e chiachiericcio dei viaggiatori.

Ma accade che in postazione ci finisca anche qualcuno che sa dove mettere le mani. E mentre tu passi frettolosamente, parlando al telefono, le tue orecchie captano un suono, che poi diventa una melodia, che si trasforma in emozione nel momento in cui la riconosci; arriva al cervello passando dal cuore prima che dalle orecchie e sei già lì a canticchiarla, senza accorgertene. Per un po’ senti solo la musica, ovattando gli altri rumori che nulla hanno a che fare con quella connessione melodiosa.

originalCosì, in una mattinata in cui hai già fatto molte cose ma tutte trascurabili, sei scocciata più che soddisfatta, eccola là la magia. La Theme song di Harry Potter suonata al pianoforte. Suonata anche bene, perbacco!

Non so di chi sia stata l’idea di inserire un pianoforte nelle stazioni ferroviarie d’ Italia ma so per certo che è stata una buona intuizione, per cui grazie team di arredatori che vi celate dietro questa pensata, la vostra ispirazione ha dato benefici.

Coincidenze Social


L’anno è iniziato da un paio di settimane eppure ancora girano online residui di buoni propositi e liste d’obbiettivi. Non so quanti di voi l’abbiano notato ma quella che è andata per la maggiore in questo inizio 2020 è stata la ricerca estenuante della parola dell’anno: quella che dovrebbe guidarci nei prossimi dodici mesi; il nostro faro nella notte; la parola chiave del nostro successo.

Ora, io sono poco da buoni propositi e ancor meno da riti di inizio anno: parola totem, speranze, cambiamenti radicali… Ci credo poco. Credo molto più nelle fasi della vita, il ricominciare e cambiare costantemente. So solo che quest’anno più che mai ne ho approfittato per riprendere fiato durante le festività, recuperare le forze da un periodo estenuante; ritrovare voglia di tutto, in tutto. E quindi il nuovo anno l’ho iniziato, sì, con idea di cambiamento ma non tanto dovuto al vivere gennaio come lo Start di chissà quale nuova gara della vita, piuttosto un cambiamento legato a me stessa, al mio benessere che nell’ultimo periodo era decisamente ai minimi storici e caso ha voluto coincidesse col capodanno.

Fatto sta che una parola totem alla fine me la sono trovata, o meglio mi è capitata!

Io avevo detto BASTA alla spiacevole situazione di dicembre, basta a quell’umore nero a quel non riuscire a reagire; Basta! di Lilli Gruber è anche stato casualmente il primo libro letto quest’anno, o meglio, il primo concluso tra quelli iniziati. E poi Basta! è diventata la mia prima recensione online pubblicata sul sito di sololibri.net

Una parola dura potente corta ma efficacie. BASTA. Anzi Basta! con punto esclamativo.

Che non sia davvero la mia parola del 2020? La casualità ha voluto omologarsi alle mode social del momento. E c’ha trascinato dentro anche me. Forse nemmeno mi dispiace.

Vi lascio il link alla recensione, il libro della Gruber sulla parità di genere mi è piaciuto molto e ne ho approfittato per parlarne in una breve recensione di prova. Chissà che non apra la strada a una collaborazione costante… E poi basta, per oggi non vi tedio oltre 😉

Condivisioni di esperienze Merdavigliose!


Quante albe meravigliose sprecate per andare a fare esami di merda!

Questo su per giù il pensiero dei miei ultimi mesi sul binario in attesa del treno  mattiniero.

Che poi non sono propriamente gli esami a essere di merda quanto le commissioni. Quella schiera di assistenti con a capo un professore; tutti così boriosi, con così poca empatia, privi di umanità e forse anche di capacità di insegnare.

E lo so che detta così sembra solo la frase amareggiata di una che non passa esami e poi se ne lamenta. Ma non è solo questo. Negli ultimi anni di università ne ho visti di professori e commissioni e la differenza è lampante tra quelli che lavorano con criterio, che sanno gratificarti o aiutarti se non vai bene, ti fanno sapere che sono lì per fare questo e quelli che ti guardano come se tu non valessi niente e molti te lo dicono anche chiaramente, senza alcun tipo di problema, nel caso ti sia rimasto qualche dubbio riguardo il loro parere su di te.

Tu sei lì con le tue ore di studio alle spalle, giorni, settimane o mesi a sbattersi su un libro e poi arrivi lì e il tuo tempo vale quello di una domanda scocciata, mezza risposta e già hanno deciso che non sei adeguato ma non solo a passare l’esame ma a stare lì davanti a loro, in quella facoltà.

La tua vita di studente dipende da poche manciate di minuti lì. E tutto si riduce a nulla.

E’ sconfortante e fa anche abbastanza schifo, lasciatemelo dire. A volte mi sento come impantanata in quella facoltà, senza via d’uscita e pian piano riescono anche a farti credere che forse vali poco, ti sei sopravvalutato, che ci stai a fare lì?!

Poi se ci pensi lucidamente ti dici che no, non è vero, sei libero di essere ciò che vuoi. Solo che a volte la lucidità la perdi. Come pezzetti di te e la voglia di fare, di crederci, di sapere.

Ogni università è a sé, ogni corso di laurea differente, ogni esame è diverso, questo l’ho imparato. Ma alcuni luoghi fanno più schifo di altri, di questo son sicura. E nessuno lo sa mai cosa voglia dire fare l’università perché ogni percorso è differente, a volte anche stando nello stesso posto si hanno esperienze diverse. Solo chi fa questo merdaviglioso viaggio insieme a te sa veramente cosa passi.

Dicono che se ne esca prima o poi. Io ogni tanto perdo la speranza.

Però l’alba è sempre meravigliosa qualcosa vorrà pur dire!