Cartelli di pericolo


Sono cose che succedono, lo so. E forse siamo anche stanchi di parlarne o di sentirne parlare, di leggerne e scriverne senza mai ritrovare un riscontro positivo, senza che si avvii un qualche cambiamento.

Non è nemmeno così grave rispetto a molte altre cose, dicono. Ma chi è che decide il valore da assegnare alla gravità di una situazione? Chi subisce? Chi agisce? Chi osserva le cose dall’esterno e si reputa più lucido perché meno coinvolto?

Parliamo di me che cammino su un marciapiede, entro in una strada dove ad accogliermi trovo il cartello “lavori in corso” e comunica un messaggio del tipo: attenta potrebbero caderti dei residui di terra addosso; attenta la strada ha dei buchi enormi che all’improvviso potrebbero risucchiarti o peggio potresti inciampare nei cavi e sfracellarti al suolo; attenta ci sono dei mezzi pesanti che fanno manovra e potrebbero investirti. Insomma, puoi passare ma presta attenzione.

Mai nessun cartello che invece avvisa del fatto che qualcuno al tuo passaggio urlerà “wee piccolaaa dove te ne vai”. Nessun cartello dice che tu sei lì in strada, un uomo ti intimidirà con la sua spocchia ignorante e altri dieci uomini presenti ignoreranno il fatto o ridacchieranno. Nessun cartello ti avvisa del fatto che le tue risposte pronte le terrai per te perché a un rapido calcolo percepirai subito di essere in minoranza e rispondere sembrerà più sconveniente piuttosto che andarsene a passo moderatamente svelto. Nessun cartello ti avvisa della rabbia che ti investirà appena voltato l’angolo perché in realtà ne avresti di cose da dire e non ti manca di certo la prontezza di solito ma non è questione di istinto, è sopravvivenza.

Non tutti gli uomini, non tutti i giorni, non tutti son cattivi etc etc. Però il copione è quello ogni giorno praticamente.

Io prossima vita vorrei nascere uomo, fisicato e prestante, per il gusto di poter intervenire a brutto muso senza dover temere di non poter sostenere il confronto fisico. Perché ad oggi anche questo è il problema: intervenire è rischioso, subire è demoralizzante, parlare non sposta le coscienze di una briciola.

E ogni giorno che esci di casa servirebbe che il cammino fosse tempestato di avvisi di pericolo, quel minutino d’anticipo necessario per non farsi prendere alla sprovvista, per decidere cosa fare per tempo.

Anni che succede e non ci si abitua. Mai. Ve lo assicuro.

E nel mentre che si fa?

Adesso.


Il Capodanno mi angoscia. Un po’ sono malinconica, un po’ travolta dai festeggiamenti e il pensiero su quello che se ne va e quello che verrà. Ho imparato che la vita è uno scorrere continuo di eventi, non ci sono bilanci da fare, è tutto uno scorrere di cose belle e brutte che si alternano, una continua altalena di emozioni. Ci sono successi che ci incoraggiano e sconfitte che ci deprimono al punto da non volerne più sapere. Però non si può racchiudere il tutto in un elenco puntato di esperienze, non mi va di fare resoconti né di impormi buoni propositi. Ho imparato a non incastrarmi in quelle robe lì. Non voglio fare niente.

“Ma adesso no. Adesso non voglio fare niente. Non voglio ammazzare il tempo, non voglio ingannarlo, voglio solo che il tempo mi attraversi come sabbia in una clessidra. Voglio ascoltare, assaporare, respirare. senza preoccuparmi di nulla, per una volta, senza dover correre da nessuna parte.”

Matteo Bussola, Il tempo di tornare a casa

Auguri di buon anno, che sia pieno di tempo vissuto, affrontato al meglio delle nostre possibilità, ma pur sempre tempo vivo!