Là dove fermano i treni


Il venerdì è un giorno pesante, chiude la settimana del girovagare universitario; mi trascino appresso una borsa piena di libri e la stanchezza di chi è sveglia da troppi giorni consecutivi senza mai aver dormito effettivamente bene. Ho l’aria allegra di chi ha riso tanto e a tratti l’espressione corrucciata di chi ha troppo a cui pensare: le rughe di espressione servono tutte, fissano i pensieri, non si fanno sfuggire nulla, sono lì per quello. E al diavolo a chi dice che sono antiestetiche – fanno vecchia!- A me aiutano a tener il conto delle cose da fare… Irrinunciabili.

Non so come raggiungano il weekend gli altri, io gli barcollo incontro a passo moderato, con una treccia scompigliata al lato del viso e gli occhiali da sole sul naso a coprire l’ombreggiatura ormai ben marcata delle occhiaie.

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E alla fine va sempre così: con me che barboneggio in stazione, seduta precariamente su un gradino di fronte ai binari, con le gambe accoccolate rigorosamente al di qua della linea gialla. In attesa di un treno che non arriva, in compagnia di raggi di sole che ancora irradiano il cielo e un leggero venticello che mi aiuta a rifiatare in questo caldo primo giorno di Giugno.

Un po’ sbuffo io, un po’ quelli accanto a me. Poi lo sbuffare si fa più intenso, più vicino… Oh, ma è un fischio! E’ Il treno: si torna a casa!!

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Sorrisi mattutini


Il treno delle 7 e 20 è assonnato ma non affollato. Trovo posto con facilità, qualcuno di buon cuore che mi fa passare per prima ed ecco che mi posiziono.

Chi prende il treno lo sa, trovare la giusta posizione è un gioco di incastri tra gambe di sconosciuti. Posiziono le mie senza allungarle, assumo una postura stranamente composta che non mi si addice per niente ma lo spazio che ho a disposizione è questo … Trovo posto anche alla borsa e libero le dita che avevo lasciato incastrate tra le pagine del libro. Di fronte a me c’è un tipo… Ok, un bel tipo. Seduto comodo, vestito nero, camicia bianchissima. Senza cravatta. Ascolta musica, occhi chiusi. Li apre di rado, per sbirciare le fermate. Va bene, gli do un’ultima rapida occhiata, io ho da leggere non ho tempo per questo.

La mezzora di viaggio scorre veloce e mi ritrovo al capolinea senza rendermene conto, ritorno alla realtà con un sorriso compiaciuto sulla faccia: adoro quando la narrativa contemporanea riesce a regalarmi emozioni ben scritte!

Ero così presa da me che non mi sono accorta che anche il belladdormentato di fronte a me era tornato in vita. E sorride. Oh, sorride perché io rido da sola, leggendo! Lo sbircio da sotto le mie spesse lenti nere dell’occhiale da sole, noto che cerca di capire cosa leggo, studia ancora un po’ la mia posizione. Ha l’aria divertita, buffa. O forse ero io a essere buffa. Poi si alza, infila agilmente la giacca, con un gran bel movimento, sì sì, da dieci e lode. Raccoglie le sue cose e va via.

Eeeh. *sospirone* Ciao belladdormentato, buona giornata, dato che sei interessato io una storia l’avrei letta volentieri anche a te, prima di andare a letto. Facciamo alla prossima?

Prendetemi sul serio (ma non troppo)


Ho un quesito per voi.

Vi capita mai di fissare la gente?

Io ad esempio a volte fisso qualcuno senza guardarlo: son lì che penso ai fatti miei ma in realtà sembra che fisso proprio te, sì te che ti stai chiedendo – che cazzo vuole questa stordita che mi guarda male!? –

Mi capita di fissare qualcuno perché lo conosco, banalmente, e anche se non mi va di salutarlo a volte mi metto a fissarlo per sbirciare se mi evita o se mi ha riconosciuto, se mi sto nascondendo bene, se devo scappare…

Poi, capita di fissare qualcuno perché mi piace. Magari è bello, bellissimo, o forse semplicemente affascinante; può essere che mi incuriosisce, o peggio, mi piace a tal punto che son già oltre con la fantasia… Oltre.

Insomma, mi capita di fissare qualcuno per svariati motivi, non sto qui a elencarli tutti. Gli occhi intercettano ciò che mi circonda costantemente ma a volte si soffermano più del dovuto, indugiano su qualche figura. E penso, son sicura, capiti a tutti. Il punto è: e quando vi accorgete che a esser fissati siete proprio voi? Non vi viene voglia di sapere perché? Come fate a capire se chi vi fissa lo fa per interesse o meno?

Nella mia testa passano tutte le sfumature di colore che intercorrono tra il sospetto che il problema sia io a la certezza che ci sia dell’altro, una spiegazione che probabilmente mi sfugge. E la curiosità è tanta però non riesco mai a interpretare gli sguardi, il più delle volte – diciamo anche sempre – rimango col dubbio, tra l’imbarazzato e l’incerto.

Illuminatemi, voi come reagite? Siete abili interpreti?

N.B. Ovviamente escludo i casi limite, ditemi di quando a fissarvi è gente normale apparentemente innocua. Per i casi umani facciamo un post a parte se necessario😂

Ora sbizzarritevi con le risposte!

Accumulatrice di…


Prendo decisioni d’impulso ma solo dopo averci pensato su per ore, facendo calcoli e previsioni, crogiolandomi in eventualità e controindicazioni. Poi mi scoccio e decido senza considerare più nulla se non l’istinto del momento.

Sono indecisa cronica, su tutto e da sempre. Però se poi decido vado come un treno, abbracciata alle mie insicurezze e paranoie affronto il percorso minato fino a raggiungere la meta… O quantomeno fino a che non riesco a mettermi in salvo, che poi è una conquista pure quella.

E mentre guardavo il mio comodino sovraffolato ho pensato che in fondo la verità è tutta lì: sono una accumulatrice, accumulatrice di indecisioni e di libri sul comodino ♡

Rigorosamente discordanti tra loro, sia i libri che le indecisioni perché mi piace spaziare da un argomento all’altro senza cognizione di causa. Non c’è rischio di annoiarsi, così!

Vivere un fumetto 💭


Il raffreddore di Aprile ride di te che con il primo sole caldo hai ben pensato di alleggerire il guardaroba scoprendo lembi di pelle bianca, rispondendo all’impeto del momento, alla voglia di colori sgargianti e ritrovandoti poi sommersa di fazzoletti!

Il raffreddore ad Aprile ti ha accompagnato per pochi giorni rendendoti difficile barcamenarti tra gli impegni e offuscandoti i sensi, tutti i sensi, anche l’udito. Infatti da raffreddata non sentivi bene nemmeno la tua voce, ti ritrovavi ad urlare senza saperlo… Ed è così che in un soleggiato pomeriggio infrasettimanale, ti sei trovata in una affollata sala studio, calda, satura di ansia e pensieri, di risate soffocate dietro libri e piena zeppa di librerie vetrate in cui specchiarsi distrattamente. Le finestre aperte sull’edificio di fronte restituivano flebili sospiri di vento e il chiacchiericcio di qualcuno che di sicuro non pensava agli impegni universitari in quel momento, proprio come te fino a una mezz’ora prima quando ti stavi crogiolando al sole in pausa pranzo. Guardavi distrattamente la finestra su quel panorama scialbo ma che conosci bene, sa di casa ormai. E ti accorgi che il sole sta pian piano scomparendo pensando che – no, non è possibile, non oggi che non ho con me l’ombrello- e inizi a vedere le prime gocce trotterellare giù. Al che, presa dalle tue riflessioni, esclami verso la tua amica,tra l’inorridita e lo scocciato, – Ma non dirmi che sta piovendo!- e lì, in quel preciso istante ti sei resa conto di aver urlato, sì, in un’aula studio in cui il sussurro è già rumore. Ti guardi intorno ridendo, rintanando la testa tra le spalle in segno di scuse. Il ragazzo vicino alla finestra ti ha sentita, e sì ride di te, con te, annuendo. Una nuvoletta compare sulla sua testa con testuali parole – Eh sì hai urlato, ci hai risvegliati tutti dal torpore..– La mia amica alza gli occhi al cielo, di nuovo.

Forse è il caso che la smetti di far ridere tutti nella stanza e studi un po’!

Aveva ragione lei, anche sta volta! Ma non glielo dici,la tua nuvoletta sulla testa rimane in sospeso, leggera e vuota per una buona volta 😆💭

Lì nel tempo


Gennaio si era rivelato un mese di chiusura: apre l’anno, lancia nuove sfide, riempie di aspettative ed invece in quel caso aveva solo tolto, portato via per sempre, chiuso capitoli bellissimi.

Febbraio nella sua brevità non era riuscito a recuperare; pochi giorni che sembrano sempre infiniti in cui succede tutto e niente; dopo tanto dolore non te lo sa dire nemmeno lui come stare, boh, –Come stai? lo sai?No, non abbiamo avuto tempo di scoprirlo

Marzo, il mese pazzo, era risaputo. Niente andava come doveva e l’attimo dopo stupiva perché a lui andava così, non chiedeva il permesso, non seguiva delle regole. Piove e poi fa caldo ma se gli va il giorno dopo torna il freddo e fa anche nevicare. E quindi lei si sentiva in diritto di esser triste e svuotata un giorno e svampita quello appresso, felice. Perché se c’era una cosa che insegnava marzo era proprio essere imprevedibili. Essere felice è un tuo diritto ma non un obbligo e se vuoi piangi, urli, ti incupisci, le nuvole tornano a coprire il cielo e una risata le spazzerà via all’occorrenza.

Aprile era vicino, il mese delle giornate che si allungano e le temperature che si rialzano. Avrebbe portato con sé la primavera, il germogliare della vita, il calore sulla pelle che pian piano si scopre. Ma una parte di lei sarebbe rimasta in un perenne inverno, nulla l’avrebbe intaccata, chiusa lì nel profondo, in silenzio.

Oh Aprile, sì lo aspettava  ma con le mani in mano, ancora indecisa su come sentirsi. Aveva fatto di marzo il suo cavallo di battaglia: essere in perenne bilico, quella volta più che mai.

Almeno tu, Aprile, non avresti chiesto, già sapevi.

4 di 12. Continua…? Probabilmente sì, forse no.

Caramelle al bacio!


Aula universitaria. Poche sedie vuote, una sessantina di ragazzi e ragazze pigramente prendono appunti. Una sola voce profonda e impostata riempie l’ambiente: il professore spiega la sua lezione. Le enormi finestre affacciano su un cielo grigiastro, si intravedono le prime gocce d’acqua scendere senza convinzione.

Mi brontola lo stomaco e mi ricordo il perché ho sempre odiato le lezioni pericolosamente vicine all’ora di pranzo, quando son ormai passate ben troppe ore dalla colazione! Frugo nella borsa e trovo le mie immancabili caramelle di salvataggio: ne scarto una e l’odore del caffè è subito inconfondibile. La assaporo con trasporto: creano dipendenza queste caramelle alla caffeina, inutile dirlo! Resisto all’impeto di morderla e inizio a gustarla lentamente, per non far rumore.

Ad un certo punto si sente una specie di Smack che vibra nella stanza, un bacio lanciato al vuoto. Taglia l’aria, lo sentono tutti, si sarà sentito fino all’aula XII.

Ebbene sì: mi ci è voluta una frazione di secondo ma poi mi son resa conto che sono stata io! Mi è partito un bacio mentre mi gustavo la miglior caramella della mattinata. D’istinto ho portato la mano alla bocca, volevo ridere ma non potevo. Il prof fa finta di nulla, anche se per un attimo si è distratto guardandosi intorno confuso; qualcuno si volta, io mi sento osservata, mi hanno beccata… Ma faccio la vaga. Rido solo con gli occhi, per non aggiungere altro rumore al frastuono dello schiocco delle mie labbra. La mia amica alza gli occhi al cielo e scuote la testa, leggo il suo labiale “sei peggio di una bambina!”

Ci pensate quanto possa essere rumoroso lo schiocco di un bacio involontario?

Chissà chi ha raggiunto poi; potendo scegliere vi direi anche che a qualcuno lo avrei indirizzato dato che c’ero… Ma questa forse è un’altra storia che vi racconterò poi, forse, chissà.

Direi che, al secondo giorno dalla riapertura del semestre, il mio tentativo di passare inosservata non ha propriamente funzionato. Sentirete ancora parlare di me come quella che di caramelle al caffè ne fece una tecnica di autosabotaggio.